sabato 10 gennaio 2026
Un eroe nella favela
l suo dribbling era inebriante, fulmineo, imprevedibile ed in un certo senso anche dissacrante. Analogamente a Garrincha anche lui , nome di battesimo Appestato Castro Beckenbauer, aveva la gamba sinistra più corta della destra, ma di ben trentadue centimetri, contro i soli sei centimetri dell'asso brasiliano. A questo si aggiungevano entrambi gli alluci valghi, anche se molto meno dei miei, nervo sciatico mancino perennemente infiammato ed infine osso femorale destro a forma di pista Polistil. In un'ipotetica scala di brutture, in secondo piano si poteva inoltre citare una scatola cranica totalmente asimmetrica e l'avambraccio sinistro di sezione elicoidale a salire in senso orario. A causa di questa abbondanza di difetti, la sua infanzia era stata a dir poco un inferno. Fin da piccolissimo era sempre stato preso in giro e soprattutto picchiato selvaggiamente dai componenti della gang di adolescenti del suo quartiere, o barrio, denominata " musi vieti di Caracas". I componenti di questa banda, particolarmente rinomati per la violenza che normalmente esercitavano nella quotidianità, ogni qualvolta trovavano il ragazzo fuori di casa, anche di un solo metro, lo picchiavano selvaggiamente senza alcuna pietà, avvalendosi anche dell'uso di oggetti contundenti quali bastoni arricciati da sciamano o rivoltelle lignee tipiche della malavita primordiale amazzonica. Vista questa situazione orribile, suo padre Jose Jesus Angel Putto Do Santos e la madre Immacolada Illibada Magdalena Sin Unvizio, avevano deciso, di comune accordo, di non far frequentare al piccolo Appestato Castro Beckenbauer la scuola dell'obbligo, onde evitargli le sicure vessazioni a cui sarebbe stato sottoposto ogni giorno. Per ingannare il tempo quindi, il giovane, non sapendo ne leggere e né scrivere, passava le sue giornate all'interno di un rovaio gigante adiacente al giardino di casa, giocando con un pallone artigianale, regalatogli per il battesimo dalla zia Manola Scandella Della Pesa Tintorera, sorella della madre. A forza di esercitarsi in quell'ambiente ostile, il piccolo Appestato divenne un vero e proprio funambolo del football, in particolar modo nello spazio ristretto. Per non pungersi infatti aveva imparato ad usare i difetti a suo favore. Il rovaio, quando lui era all'interno, sembrava prendere vita ed ondeggiava come un branco di aringhe attaccate da una cooperativa formata da megattere insaziabili, squali martello implacabili, sule assassine e gabbiani dal becco affilato. In quel salceto inospitale Appestato si sentiva bene ed in piena salute fisica. Con il passare degli anni però inevitabilmente iniziò a provare un senso di solitudine sempre più acuto. Stava crescendo e le uniche persone con cui aveva un contatto umano erano il padre e la madre, che però gli dedicavano sempre meno tempo , perché soventemente impegnati a picchiarsi con violenza per liti familiari innescate da futili motivi. Il ragazzo arrivò giocoforza all'età dello sviluppo ed iniziò ad udire inevitabilmente anche i primi richiami sessuali. Il rovaio divenne, oltre che il proprio centro sportivo, anche il mentore delle sue prime ed intense esperienze carnali solitarie. Compiuti i sedici anni decise che doveva uscire allo scoperto per andare ad esplorare il mondo, altrimenti avrebbe gettato via l'età più bella, quella giovanile, senza averla vissuta. Materialmente però per lo Stato in pratica lui non esisteva. Non possedeva documenti d'identità e neppure aveva delle conoscenze culturali necessarie alla vita sociale. Decise di infischiarsene. Assolutamente determinato ad evadere da quella prigione, timidamente in una mattina di agosto uscì in strada dopo tanto, troppo tempo..Trascorsero dieci interminabili minuti e nessuno lo molestò, anzi addirittura un manovale buddista gli dette il buongiorno usando una gentilezza a lui completamente sconosciuta. Rinfrancato e motivato, decise di presentarsi alla scuola di calcio della squadra del suo quartiere, la famosa "Juventud Barrio Raccattati Caracas". Quando timidamente varcò il cancello della struttura sportiva era in corso un allenamento di suoi coetanei, poverissimi ed affamati sia di cibo che di gloria. Percepì immediatamente un forte senso di dileggio ed ostilità nei suoi confronti. L'allenatore, che tutti chiamavano "el corto", un peruviano di quinta generazione alto centotrenta centimetri, occhio destro bendato come un bucaniere e neppure un dente in bocca, gli dette amichevolmente il benvenuto e lo invitò ad entrare in campo. Dopo averlo squadrato per circa un quarto d'ora senza battere ciglio, invitò Appestato a partecipare alla partitella, senza dirgli vigliaccamente in che squadra schierarsi. Il giovane rimase perplesso ma non si scoraggiò. Correva dietro ad ogni pallone come un forsennato. Nessuno chiaramente lo considerava. Il suo stile di corsa assomigliava a quello di un beduino che rincorre il suo cammello reazionario sopra la duna di un deserto arroventato. Accecato dalla bramosia di toccare un pallone e sostenuto da una volontà ai limiti del paranormale, riuscì a conquistare l'ambito trofeo, un Tango logoro con mezza camera d'aria che fuoriusciva da una cucitura rotta del cuoio. Scartò indistintamente tutti i giocatori di entrambe le compagini e dopo aver segnato trentadue gol di fila, scappò dal campo con il pallone sotto braccio, mentre tutti lo guardavano ammirati. Da quel giorno nessuno lo ha più rivisto.
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