martedì 3 febbraio 2026
C'era un armeno, una marmotta, uno svedese ed un maltese in villeggiatura. La storia degli ultimi anni della Robur scritta da Sesto Caio Samprospero
capitolo 2 "il marmotta"
Il successore di Levon Le Castagnenko fu lui "il marmotta". Sua madre ', un boiler di Alberobello, era una fanatica del parto casalingo dolce in acqua sapida. A tal proposito, alcune settimane prima del lieto evento, si organizzò acquistando, sulla piattaforma subito.it, una cassaforma usata servita alla costruzione del grattacielo Pirelli di Milano, per ottemperare alla funzione di vasca di sgravamento. Il figlio venne al mondo senza emettere alcun vagito, ma con la mascella contratta a causa di notevoli fortori intestinali. Il suo appetito era atavico, primitivo. Per poter esaudire l'enorme quantità di latte che il bimbone richiedeva fin dai primi giorni di vita, la madre, disperata, affittò il seno di quattro nutrici, con la settima misura di reggiseno, coppa C. Per essere sempre pronte ad esaudire le richieste, da contratto erano obbligate ad ingurgitare ogni giorno quindici litri di birra Prinz Brau ed altrettanti litri di latte intero di Malga Ciapela sulla Marmolada. Dopo il primo mese, il neonatone venne bonariamente ribatezzato "il marmotta". Questo perché presentava già una capigliatura folta e liscia, che la donna con amore pettinava per ore. La chioma raccolta in una coda, assomigliava assai al famoso cappello iconico indossato da David Crockett e da qui il soprannome. Lo svezzamento venne giocoforza anticipato di molti mesi. Iniziò subito a mangiare omogenizzati maxxi di angus. conditi con vinagrette e spezie aromatiche del marocco. "Il marmotta" cresceva robusto e sano a discapito però delle finanze familiari che venivano completamente assorbite per far fronte alla sua alimentazione spropositata. La situazione in breve tempo precipitò ed il nucleo familiare si trovò in condizione di completa indigenza economica. Le autorità sociali, provvidero allora a togliere la tutela del povero ragazzo ai genitori. "Il marmotta" fu spedito presso una missione cristiana in Senegal, per tentare si smorzarne l'appetito vichingo. Oramai adolescente, con la taglia 64 europea di pantaloni, il giovane non resistette neppure 48 ore agli stenti imposti dal centro evangelico africano. Fuggì rocambolescamente in una notte di luna calante, cavalcando un ippopotamo baio solitario, scacciato dai suoi simili perché ricoperto di peluria. Tra i due nacque un sodalizio, quasi una simbiosi, mai riscontrato prima in natura. Vissero per alcuni mesi sulle rive di una pozza perenne nei pressi di Dakar. Il luogo però era troppo trafficato da invasati motorizzati ed allora i due si trasferirono dentro una casbah abbandonata, situata nel bel mezzo di un deserto patrimonio Unesco. In quel luogo silenzioso capì che quella vita da tarzan non era più adatta alla sua mole antonelliana, che intanto aveva continuato ad accrescersi inesorabilmente. Con la morte nel cuore decise che doveva tornare a casa e fuggì vigliaccamente, mentre l'amico stava abbeverandosi. Il povero ippopotamo, rimasto solo senza alcun preavviso, cadde in una depressione profonda e si lasciò andare completamente, morendo di inedia in pochi giorni. "il marmotta" invece, tornato a casa, abituato a campare di espedienti, in breve tempo si laureò per corrispondenza presso un'università fantasma della Polinesia Francofona come ingegnere civile. Il passo successivo fu il creare un'impresa di costruzioni specializzata nella realizzazione di edifici antisismici per non vedenti. L'inventiva non gli mancava ed infatti fu il primo in Italia. Peccato che l'attività fu completamente incentrata sulla truffa, dato che gli acquirenti, ciechi certificati dallo stato, non potevano controllare le costruzioni acquistate, realizzate con materiali scadenti e tutt'altro che antisismiche. Nella sua rete caddero anche i famosi cantanti Bocelli e Stewe Wonder. Con i proventi realizzati da questa speculazione malavitosa, "il marmotta" si gettò a capofitto nel business del calcio, dove il pantano era all'ordine del giorno. Comprava squadre, le usava per suoi loschi affari, le svuotava di ogni avere e poi falliva impunemente senza risarcire niente e nessuno. Finita una missione, se così si può dire , ne iniziava un'alta analoga. All'interno di questo mondo laido, conobbe appunto il presidente Levon Le Castagnenko, che senza pensarci neppure due minuti, gli vendette il team della ridente cittadina toscana di sua proprietà. L'incontro tra i due imprenditori sovrappeso avvenne, in gran segreto, presso una fiaschetteria dei Colli Albani. "Il marmotta" acquistò la squadra a chiacchiere, come era solito fare, senza proferire alcuna moneta fisica. La sua gestione va annoverata come la peggiore di ogni tempo. Il fallimento non si fece attendere e la squadra dovette ricominciare, a causa di esso, dal gradino più basso toccato nella sua storia. Del "marmotta" da allora si sono avute solo notizie frammentate. Attualmente sembra sia dietro le quinte del programma di dimagrimento "Mo te magn'..." e sembra essersi pure candidato come concorrente alla prossima edizione dell'isola degli schifosi.
sabato 31 gennaio 2026
C'era un armeno, una marmotta, uno svedese ed un maltese in villeggiatura. La storia degli ultimi anni della Robur scritta da Sesto Caio Samprospero
Capitolo 1
Il periodo Armeno
"In una landa scansolata, allo freddo birbone che l'ossa e le braghe ti consuma" come avrebbe detto il buon Brancaleone da Norcia, un marcantonio armeno meditava assorto, spalmato sopra un tricheco in fin di vita. Levon Le Castegnenko, questo il suo nome, solo e determinato rifletteva assorto senza minimamente curarsi della tormenta che lo stava letteralmente flagellando. La sua idea si era trasformata da un futile capriccio giovanile ad una vera e propria ossessione: acquistare una squadra italiana di football dilettantistico e portarla in massima serie, con una scalata leggendaria. Intanto, il povero tricheco oppresso dal peso spropositato dell'uomo e dagli acciacchi dell'età, spirò tristemente emettendo un latrato che avrebbe fatto impietosire perfino Greg Bovino. Levon invece, completamente preso dai suoi pensieri, non ci fece neppure caso. Sentì solo una forte sensazione di freddo sulle natiche ed una folata di vento robusta che lo colpì come un pugno nello zigomo sinistro. La neve intanto continuava a scendere copiosa tanto da ammantarlo quasi interamente. Il suono odioso di una notifica proveniente dal suo tablet ollare lo destò bruscamente dai profondi pensieri che lo sormontavano. Si trattava di una email del suo amico e socio in affari Astutan Fainajm. Gli aveva scritto per comunicargli che l'occasione da loro tanto attesa si era finalmente presentata. Una squadra di calcio toscana, di una città d'arte molto rinomata, dopo un periodo di fasti e prestigio, era infatti precipitata, causa pluri-gestioni dissennate, nei bassifondi sportivi approdando ingloriosamente alla prima serie dilettantistica. Tutti coloro che l'avevano vigliaccamente depredata ed affondata erano miseramente spariti ed ora il team veleggiava senza meta nelle sabbie mobili di campionati calcati da luoghi senza la targa. Questa rappresentava, senza ombra di dubbio, l'opportunità da loro tanto agognata. Levon ebbe come un brivido di piacere che lo fece sussultare, scrollandogli di dosso tutta la neve accumulata sui vestiti nella giornata. Tumulò il tricheco con tutti gli onori visto che gli aveva portato fortuna e poi si incamminò verso la sua abitazione. Questa in effetti era una più una tenda, composta da un telaio fatto con un esoscheletro di capodoglio ricoperto da shearlings di renna appositamente conciati da artigiani berberi nomadi. Arrivato alla sua dimora, per prima cosa si preparò una tisana bollente con del vischio igp e borraccina rasa docg e, solo dopo essersi rilassato, rispose al messaggio del socio. Gli disse che a stretto giro di ore gli avrebbe comunicato l'importo da offrire al soggetto venditore. Dopo una sauna rigenerante, si diresse verso una vicina miniera di carbone abbandonata, dove, a circa ad un centinaio di metri di profondità, nascondeva i suoi averi contanti. Fatta una rapida conta imbustò i soldi all'interno di frigorifero portatile blindato e risalì in superficie, vestendo i panni di un gitante domenicale della brina pronto per un succulento pic-nic, onde confondere eventuali malintenzionati. Incaricò il Banco dei Mongoli di Ulaanbaatar di compiere legalmente la trattativa ed attese gli esiti dell'operazione all'interno di un gatto delle nevi 4x4 di sua proprietà, con il riscaldamento acceso. Dopo alcuni minuti la compravendita si era già conclusa e lui era il nuovo patron della squadra. Prese una busta della spesa del supermercato Addiaccionyan, vi infilò qualche indumento intimo ed un paio di ciabatte e partì immediatamente alla volta della città toscana. Appena arrivato fece stilare immediatamente l'inventario dei beni materiali ed immateriali del club, per capire la reale situazione economica. Il ritiro estivo della prima squadra stava incombendo. Decise che avrebbe portato tutti a San Pietroburgo così da evitare a mani basse la calura estiva. Approntò anche la rosa dei giocatori da solo, vista la sua pluriennale esperienza come direttore sportivo, maturata giocando ininterrottamente alla Play Station Fifa dal 1993 al 2003. Sistemato questo primo aspetto basilare si rese conto di non avere ancora un allenatore a libro paga. Spulciò la sua sterminata rubrica telefonica, ma si rese conto di non disporre di alcun elemento adatto per competenza. Si ricordò però di Piotre Bollata il quale, quando Levon giocava nei pulcini del Mostroiesky, lo aveva allenato per alcuni mesi prima di imbarcarsi in un sottomarino nucleare. L'uomo era tartassato da una sinusite cronica dovuta all'umido armeno e quindi, pur di cambiare aria, accettò il nuovo incarico di buon grado. Al primo allenamento si rese subito conto di un problema cruciale: nessuno dei giocatori e staff tecnico parlava la sua lingua. Acquistò la sera stessa il dispositivo Dmitrij, analogo dell'europea Alexa, per la traduzione simultanea armeno-italiano, vendutogli da un lontano cugino cosacco rinomato tecnico informatico. Dotò tutti gli interessati di auricolare bluetooth per sincronizzare i dialoghi. Lui però parlava in un idioma arcaico stretto, sconosciuto alla rete internet. La trasposizione generata perciò era del tutto scollegata e la macchina spesso traduceva in un dialetto in uso solo in alcuni remoti paesi dell'Aspromonte. Levon intanto, tenendo fede al suo nome, appena possibile si levò dai coglioni con il preciso ordine di non essere mai più disturbato. Il campionato che ne seguì fu deleterio e la squadra inevitabilmente finì nell'anonimato a metà classifica. (forse continuerà.......)
venerdì 23 gennaio 2026
Il glovo nemico dei marshmellow
Youssef spingeva al massimo delle possibilità la sua tera-bici elettrica, senza mai risparmiarsi. Da circa un mese era un Glovo full-time ed il tempo in questo mestiere significava una sola parola: denaro. Valutava attentamente qualsiasi trucco che potesse essere utile a migliorare le sue performances. Per tale motivo aveva costruito lui stesso uno zaino high-tech di ultima generazione, leggerissimo, appuntito alle estremità per meglio fendere l'aria e dotato di un impianto refrigerante sulla schiena, onde ridurre la sudorazione e reperire così preziose energie altrimenti sprecate inutilmente. Questo lavoro, anche se massacrante, rappresentava, senza ombra di dubbio, il viatico verso il raggiungimento di uno stato di benessere che aveva sempre sognato ed inseguito con tenacia. Non era possibile abbattere questa sua forza interiore. Un ottimismo quasi irreale lo permeava nell'affrontare i molti problemi che quotidianamente lo attanagliavano. Il più ostico era sicuramente rappresentato dal non avere una fissa dimora. Ciò lo esponeva impietosamente agli agenti atmosferici. In secondo luogo questo influiva anche nei rapporti con i propri simili, i quali, in una misera guerra tra poveri, cercavano di trarre il maggior profitto da tutto ciò che gli capitava sotto mano e quindi anche dagli infimi averi degli altri come loro. Facevano gola anche un paio di ciabatte Addas o Spuma oppure una salvietta da bidet in poliuretano pizzichente. Youssef però sorrideva sempre per farsi coraggio e credere in un avvenire più luminoso. L'unico bene veramente di valore in suo possesso era rappresentato dalla bici, indispensabile per il suo lavoro, comprata con i risparmi di una vita che il padre gli aveva donato prima di partire verso l'ignoto. Il mezzo era dotato di una batteria alle terre rare dell'Antartide, con carica fulminea e 250 km abbondanti di autonomia senza pedalare. Vista la preziosità, la bici venne dotata di una cimice GPS del Pantanal, in modo da essere rintracciata anche offline in caso di furto, quanto mai probabile. A forza di lavorare serratamente poi Youssef iniziava anche a conoscere sempre più le strade ed il tessuto urbano in genere, caratteristica essenziale per ottimizzare al massimo le consegne da effettuare. Non stava in pratica quasi mai fermo. La mattina in genere lavorava con le commissioni richieste dalle sterminate badanti del luogo. Si andava dalla spesa alimentare ai farmaci per gli ottuagenari assistiti, fino ad arrivare ai materiali per assemblare maschere del Kattakali usate la domenica nei rimpatri etnici particolarmente partecipati. Verso le 15.00 il lavoro praticamente cessava ed allora Youssef, vista anche la giovane età, si concedeva un minimo di svago con gli amici, andando a praticare lo sport preferito, il cricket in forma artigianale. Armati di una pala per lingue di pizza da autogrill e di una palla in marmo staccata furtivamente da uno stemma della famiglia Medici, i giovani si recavano in un giardino comunale, dove avevano approntato un rudimentale campo di gara. Le partite, sentitissime, duravano circa due ore, giocate con il massimo impegno di tutti i partecipanti. L'agonismo era impetuoso e poteva capitare che qualche giocatore, particolarmente focoso, venisse ucciso con del veleno messo nella borraccia per dissetarsi, oppure torturato in streaming, costretto a subire oltre che il vilipendio fisico dei presenti, anche quello morale della rete. Verso le 18.00, in concomitanza con l'arrivo dei primi ordini serali la partita finiva bruscamente. Si iniziava con le richieste da parte dei trentini e friulani trapiantati che già alle 19.00 volevano cenare. A seguire quelli del centro, poi quelli del mezzogiorno ed a ruota Assiri, Babilonesi; Egiziani, Omani, Polinesiani, Isola di Pasqua per finire con gli spagnoli, insindacabilmente mai prima delle 23.00. Youseff imperterrito consegnava le libagioni in ogni angolo della città. Spesso doveva mettere in carica la sua tera-bici anche due volte in un giorno. Macinava una quantità impressionante di chilometri dall'alba al tramonto e le giornate volavano letteralmente, senza potersi quasi rendere conto del loro passaggio. All'interno del suo zaino trasportava pizza, hamburger, tapas, crostini di milza con il vinsanto, piadine, tigelle, michette, semelli, taralli, corolli, baguettes ecc. Una montagna tibetana di carboidrati, dalle calorie incalcolabili. Si rese conto di vivere in un mondo di mucchini. La maggioranza delle donne con le ali di pipistrello sotto le braccia come la tuta alare del fu mitico Patrick de Gayardon e gli uomini con ventri spropositati e gambe finissime come dei merli sopra un motto che perlustrano il terreno. Decise che doveva fare qualcosa per salvare più persone possibili dalla gotta. In breve tempo con i soldi faticosamente guadagnati fondò una propria start-up innovativa che chiamò "Glovo-Asciutto". Le basi di questa attività all'avanguardia erano: il rifiuto della consegna di cibi calorici, ultra-processati e malsani in genere. La messa al bando di ogni tipo di salsa e condimento all'americana e la consulenza psicologica personale per i casi più estremi. Divenne milionario, ma purtroppo venne ucciso, ancora non quarantenne, da un fanatico dei marshmallow, tale Brodol One, nato nell'Illinos ed emigrato a Porto Recanati per amore.
venerdì 16 gennaio 2026
L' omicidio lisergico
Quel brutto sogno l'aveva perseguitata per tutta la notte senza neppure darle un attimo di tregua. Questo in relazione non solo alla trama ai limiti della fantascienza, ma anche al ritmo ossessivo con cui si susseguivano gli avvenimenti. Se qualcuno si immagina un tipico sogno da quadretto tropicale con dipinta acqua cristallina, coralli ipnotici, palme psichedeliche, ombrelloni di stiancia enormi e long-drink in bella mostra, si sbaglia di parecchio. La storia si svolge in un un pianoro brullo ed inospitale del Serengeti, nella peggiore stagione in cui potersi trovare in quel luogo, cioè quella più arida. Maria è la sognatrice ed essa stessa la protagonista dell'avventura assieme a Rialto, amico e datore di lavoro. I due si trovano in Tanzania per motivi di lavoro. A causa di un giorno esente da impegni, decidono di concedersi un meritato safari, per meglio ammirare la natura selvaggia che caratterizza quel posto, unico al mondo. Si affidano per questo ad un'agenzia locale rinomata per l'organizzazione di ottimi tour a prezzi irrisori. Partono a bordo di una vetusta jeep Mehari della Citroen ( quella costruita per capirsi con le onduline radioattive), condotta da un autista-masai afflitto, come scopriranno in futuro, da sdoppiamento marcato della personalità. Percorsi alcuni chilometri nel nulla, il gruppo arriva nelle vicinanze di uno stagno perenne, unico luogo dove poter trovare dell'acqua nel raggio di molte miglia. Nel suo perimetro stanzia, giocoforza, una moltitudine di animali intenti ad abbeverarsi, quali gnu, zebre, gazzelle, orici, elefanti, babbuini, facoceri, bufali e giraffe. Naturalmente, vista l'abbondanza di papabili prede, nelle vicinanze ad essi gravitano minacciosi altrettanti predatori quali leoni, iene, licaoni, dinghi, ghepardi, sciacalli e tigri, tutti in attesa del momento propizio in cui sferrare l'attacco letale necessario a placare la propria fame. L'atmosfera risulta quindi incandescente e non solo in relazione alla calura insopportabile di metà giornata. Il carico, a questa situazione esplosiva, è costituito inoltre dalla confusione esagerata generata da milioni di versi isterici prodotti dai predatori eccitati dalla frenesia alimentare. In questo preciso momento di massimo caos, squilla il telefono di legno dell'autista-masai. All'altro capo della cornetta si trova la madre, che è palesemente fuori controllo psichico. Il conducente dopo una ventina di minuti di urla incomprensibili, prima si denuda completamente, comprese le mutande di tartaruga, in preda ad una crisi atopica di prurito e poi costringe Maria e Rialto a scendere dal fuoristrada. Appena i due mettono i piedi a terra, lui innesta la prima marcia e se ne parte a tutta velocità scomparendo in breve dalla vista. Rimasti improvvisamente ed inaspettatamente soli ed indifesi in mezzo a questo manicomio di bestie variegate, rimangono inevitabilmente pietrificati dalla paura. Di comune accordo, mediante uno sguardo d'intesa, decidono di fare gli indifferenti cercando più possibile di non dare nell'occhio onde tentare una fuga per allontanarsi dal pericolo. Il problema più grande è rappresentato dall'ambiente circostante brullo e senza alcun nascondiglio naturale in cui mimetizzarsi.. Non avendo però alcuna alternativa plausibile, concordano di tentare senza tentennamenti. Iniziano così ad indietreggiare facendo finta di disquisire del più e del meno. Percorsi almeno un centinaio di metri abbondanti, si rendono conto che nessuno sembra occuparsi di loro. Una sorta di ottimismo, insperato solo pochi attimi prima, si impadronisce delle loro persone. Forse come reazione al grandissimo spavento provato, iniziano purtroppo a ridere smodatamente ed in maniera fragorosa. L'eco di questa ilarità, diciamo fuori luogo, giunge, complice una brezza favorevole, allo stagno. Una tigre in particolare, dotata probabilmente di udito spiccato, si mette in piedi su due zampe ed inizia ad osservare con insistenza i due che ancora continuano a sbellicarsi dalle risate ignari. Il felino, dopo alcuni secondi di vedetta comincia a dirigersi verso di loro con passo felpato. Maria la scorge e si paralizza immediatamente per la paura. Rialto allora, cavallerescamente, la prende in collo con l'intento di non lasciarla in pasto all'animale. La tigre però si avvicina sempre più e la donna fortunatamente si ridesta, chiedendo di essere messa a terra per tentare una fuga più agevole per entrambi. In quell'immenso piattume che li circonda, all'improvviso scorgono una piccola tenda ad igloo realizzata con pelli essiccate di zebù e piume di starna essenziali per mantenerne fresco l'interno. Rialto in questo momento, folgorato come Jake nel film dei Blues Brothers, le dice di accelerare il passo più possibile, perché una volta entrati dentro ad essa si sarebbero sicuramente salvati. Riescono con le ultime forze rimaste ad attuare il loro intento. Si siedono a terra. Maria attende di essere sbranata e non proferisce parola, mentre Rialto cerca di consolarla, ripetendole di pensare ad altro perché il pericolo oramai è definitivamente cessato. "Possibile non si renda conto che la tenda non è di cemento armato?" pensa Maria e lucidamnente realizza di essere in mano, purtroppo per lei, ad un caso umano. Sente esondare l'odio verso quell'uomo, dimenticandosi completamente addirittura del felino affamato. A questo punto a causa dei nervi a fior di pelle, Maria si sveglia di soprassalto sudata fradicia e con gli occhi fuori dalle orbite. La mattina stessa telefona a Rialto, chiaramente all'oscuro del suo sogno, decisa a tendergli un'imboscata onde sopprimerlo per sempre. Lo attira in un canyon altissimo con la scusa di dover girare un documentario sulla loro esperienza in Tanzania . Una volta arrivati nei pressi del precipizio, Maria, senza porsi alcun scrupolo, spinge a due mani l'uomo dentro ad un crepaccio profondo centinaia di metri e fugge leggiadra senza essere vista da nessuno. I resti di Rialto non saranno mai più ritrovati, nonostante gli amici, tramite gruppi WhatsApp e fiaccolate silenziose ne abbiano insistentemente chiesto la verità alle autorità competenti, che invece hanno archiviato il caso dopo ventiquattro anni di inutili indagini
sabato 10 gennaio 2026
Un eroe nella favela
l suo dribbling era inebriante, fulmineo, imprevedibile ed in un certo senso anche dissacrante. Analogamente a Garrincha anche lui , nome di battesimo Appestato Castro Beckenbauer, aveva la gamba sinistra più corta della destra, ma di ben trentadue centimetri, contro i soli sei centimetri dell'asso brasiliano. A questo si aggiungevano entrambi gli alluci valghi, anche se molto meno dei miei, nervo sciatico mancino perennemente infiammato ed infine osso femorale destro a forma di pista Polistil. In un'ipotetica scala di brutture, in secondo piano si poteva inoltre citare una scatola cranica totalmente asimmetrica e l'avambraccio sinistro di sezione elicoidale a salire in senso orario. A causa di questa abbondanza di difetti, la sua infanzia era stata a dir poco un inferno. Fin da piccolissimo era sempre stato preso in giro e soprattutto picchiato selvaggiamente dai componenti della gang di adolescenti del suo quartiere, o barrio, denominata " musi vieti di Caracas". I componenti di questa banda, particolarmente rinomati per la violenza che normalmente esercitavano nella quotidianità, ogni qualvolta trovavano il ragazzo fuori di casa, anche di un solo metro, lo picchiavano selvaggiamente senza alcuna pietà, avvalendosi anche dell'uso di oggetti contundenti quali bastoni arricciati da sciamano o rivoltelle lignee tipiche della malavita primordiale amazzonica. Vista questa situazione orribile, suo padre Jose Jesus Angel Putto Do Santos e la madre Immacolada Illibada Magdalena Sin Unvizio, avevano deciso, di comune accordo, di non far frequentare al piccolo Appestato Castro Beckenbauer la scuola dell'obbligo, onde evitargli le sicure vessazioni a cui sarebbe stato sottoposto ogni giorno. Per ingannare il tempo quindi, il giovane, non sapendo ne leggere e né scrivere, passava le sue giornate all'interno di un rovaio gigante adiacente al giardino di casa, giocando con un pallone artigianale, regalatogli per il battesimo dalla zia Manola Scandella Della Pesa Tintorera, sorella della madre. A forza di esercitarsi in quell'ambiente ostile, il piccolo Appestato divenne un vero e proprio funambolo del football, in particolar modo nello spazio ristretto. Per non pungersi infatti aveva imparato ad usare i difetti a suo favore. Il rovaio, quando lui era all'interno, sembrava prendere vita ed ondeggiava come un branco di aringhe attaccate da una cooperativa formata da megattere insaziabili, squali martello implacabili, sule assassine e gabbiani dal becco affilato. In quel salceto inospitale Appestato si sentiva bene ed in piena salute fisica. Con il passare degli anni però inevitabilmente iniziò a provare un senso di solitudine sempre più acuto. Stava crescendo e le uniche persone con cui aveva un contatto umano erano il padre e la madre, che però gli dedicavano sempre meno tempo , perché soventemente impegnati a picchiarsi con violenza per liti familiari innescate da futili motivi. Il ragazzo arrivò giocoforza all'età dello sviluppo ed iniziò ad udire inevitabilmente anche i primi richiami sessuali. Il rovaio divenne, oltre che il proprio centro sportivo, anche il mentore delle sue prime ed intense esperienze carnali solitarie. Compiuti i sedici anni decise che doveva uscire allo scoperto per andare ad esplorare il mondo, altrimenti avrebbe gettato via l'età più bella, quella giovanile, senza averla vissuta. Materialmente però per lo Stato in pratica lui non esisteva. Non possedeva documenti d'identità e neppure aveva delle conoscenze culturali necessarie alla vita sociale. Decise di infischiarsene. Assolutamente determinato ad evadere da quella prigione, timidamente in una mattina di agosto uscì in strada dopo tanto, troppo tempo..Trascorsero dieci interminabili minuti e nessuno lo molestò, anzi addirittura un manovale buddista gli dette il buongiorno usando una gentilezza a lui completamente sconosciuta. Rinfrancato e motivato, decise di presentarsi alla scuola di calcio della squadra del suo quartiere, la famosa "Juventud Barrio Raccattati Caracas". Quando timidamente varcò il cancello della struttura sportiva era in corso un allenamento di suoi coetanei, poverissimi ed affamati sia di cibo che di gloria. Percepì immediatamente un forte senso di dileggio ed ostilità nei suoi confronti. L'allenatore, che tutti chiamavano "el corto", un peruviano di quinta generazione alto centotrenta centimetri, occhio destro bendato come un bucaniere e neppure un dente in bocca, gli dette amichevolmente il benvenuto e lo invitò ad entrare in campo. Dopo averlo squadrato per circa un quarto d'ora senza battere ciglio, invitò Appestato a partecipare alla partitella, senza dirgli vigliaccamente in che squadra schierarsi. Il giovane rimase perplesso ma non si scoraggiò. Correva dietro ad ogni pallone come un forsennato. Nessuno chiaramente lo considerava. Il suo stile di corsa assomigliava a quello di un beduino che rincorre il suo cammello reazionario sopra la duna di un deserto arroventato. Accecato dalla bramosia di toccare un pallone e sostenuto da una volontà ai limiti del paranormale, riuscì a conquistare l'ambito trofeo, un Tango logoro con mezza camera d'aria che fuoriusciva da una cucitura rotta del cuoio. Scartò indistintamente tutti i giocatori di entrambe le compagini e dopo aver segnato trentadue gol di fila, scappò dal campo con il pallone sotto braccio, mentre tutti lo guardavano ammirati. Da quel giorno nessuno lo ha più rivisto.
venerdì 26 dicembre 2025
La sigaretta in onde medie
Quella busta di tabacco che le aveva regalato il padre per l'onomastico era davvero troppo forte per lei. Coltivato in apposite piantagioni di proprietà Italsider, veniva, una volta raccolto, additivato con polveri pesanti dei Navigli e fuliggine di Salina, usata come calmiere del gusto altrimenti troppo amaro per il mercato europeo. Daniela arrotolò la sigaretta davanti al cancello dell'ospedale, aspirando avidamente il contenuto in tre tiri sostanziosi, prima di oltrepassare la zona con divieto di fumo. Nonostante avesse i polmoni abituati, sentì un marcato pizzicore alla trachea. Vestita di tutto punto, con capelli polinesiani appena lavati, entrò nell'ascensore per i visitatori e premette con decisione il pulsante logoro del secondo piano. Appena partito, sola nell'abitacolo si appoggiò ad una parete e svenne istantaneamente. L'incredibile potenza di quel tabacco e molto probabilmente lo stress accumulato nei giorni addietro la misero ko. Giunto al piano si aprì la porta automatica dell'ascensore. Davanti in attesa si trovava un gruppo di infermieri novizi. Immediatamente cercarono di soccorrerla. Daniela si trovava a terra in posizione fetale, con gli occhi sbarrati tipici dello stitico dopo la colazione mattutina. Credendo erroneamente, ma in buona fede, che fosse in preda ad infarto fulminante richiesero l'intervento di un defibrillatore con piastre cariche al massimo voltaggio. Le vennero appoggiate sul petto e poi data corrente. La reazione della ragazza fu del tutto inaspettata. Daniela si sollevò di quasi un metro dal pavimento e poi atterrò in posizione di guardia sinistra pugilistica. Sferrò un primo jab di interdizione e poi un diretto destro con il braccio forte al plesso solare dell'ignaro infermiere che stava comandando le operazioni, piegandolo in due. A questo punto la piccola calca che si era formata attorno a lei si aprì e lei subito ne approfittò per fuggire da quella situazione imbarazzante. Quella vicenda stravagante la impressionò molto e la usò per cercare di trovare una valida e più sana alternativa al fumo tradizionale. La soluzione non tardò ad arrivare e provenne, come sempre più spesso capita, dalla rete. Da qualche mese infatti si stava espandendo velocemente un nuovo modo di fumare attraverso degli appositi marchingegni di brevetto giapponese. Tali diavolerie non prevedevano infatti l'uso di tabacco, e non già qui la cosa doveva far pensare. Si basavanoinvece su una miscela liquida di origine prettamente chimica, che forniva la medesima sensazione della sigaretta ma con risvolti sanitari molto migliori e meno invasivi. La differenza stava nel procedimento che eliminava la combustione fisica del tabacco ed adottava invece la vaporizzazione degli eccipienti usati. Daniela non attese un attimo e corse ad acquistare quella che la ditta produttrice aveva ribattezzato la "sigaretta in onde medie" , altrimenti volgarmente detta sigaretta elettronica. Stanamente non costava neppure una fortuna come avrebbe immaginato. Il negoziante, un nord-vietnamita con i capelli platinati, le consegnò una mini-valigetta 24 ore ed uno scontrino di intonaco che fungeva anche da garanzia. All'interno della confezione erano contenuti 114 pezzi da montare, ognuno indispensabile. Il libretto delle istruzioni non esisteva. Trovò casualmente un foglio della grandezza di un francobollo, dove in sedici lingue era riportata l'indicazione: "per le norme di assemblaggio scaricare il manuale in PDF sul nostro sito internet pormoni.com". Daniela decisa ad andare in fondo alla spinosa questione avviò il download che durò praticamente mezza giornata. Quando finalmente riuscì a visualizzarlo si accorse subito che era stato tradotto grossolanamente in una lingua che era un crocevia tra lo slavo dei vecchi navigatori per auto, il milanese rampante ed alcune inflessioni di grecanico. Presa dallo sconforto più profondo, Daniela si rivolse all'intelligenza artificiale per strigare l'arcano. Caricò il file in PDF su Gemini del suo profilo. Immediatamente lo schermo del telefono divenne completamente di colore ciano fluo. Contemporaneamente, senza dare alcuna possibilità di tornare indietro, apparve l'odiosa rotellina di elaborazione, recitante l'insopportabile frase: "attendere prego". Dopo tre giorni infiniti senza segnali, impossibilitata ad interagire, Daniela, in preda ad una giustificata crisi di nervi, decise di immergere il telefono in una soluzione consigliata dalla nonna a base di soda caustica, idraulico liquido ed anitra w.c. L'inzuppamento non durò più di due secondi. Quando la ragazza lo fece timidamente riaffiorare, il telefono risultava palesemente redento. Lo schermo emanava un gradevole odore di sandalo vetiver ed i tasti erano a forma di cuore. L'algoritmo dell'intelligenza artificiale, probabilmente impaurito, aveva spedito il manuale, onde evitare problemi futuri, tramite corriere, con raccomandata con ricevuta di ritorno corredato da una confezione ultra-natalizia di Ferrero Rocher alla vecchia Romagna. Il montaggio, seppur perfettamente spiegato con figure chiare, fu alquanto laborioso, ma alla fine Daniela vinse la sfida ed assemblò in modo ineccepibile la sigaretta in onde medie. Dopo averla caricata in 5G con un'apposita presa usb in gel vegetale, potè finalmente assaporare il nuovo tabagismo del terzo millennio.
giovedì 11 dicembre 2025
Il maratoneta adamitico
Accettarono di buon grado l'invito della coppia amica. I loro figli erano inseparabili e rifiutando la proposta rischiavano il classico conflitto familiare. Il programma era intransigentemente green, basato sul trekking e sul contatto con la natura. L'idea era quella di trascorrere un week-end lungo, cioè dal venerdì, in montagna sulle bellissime dolomiti. La particolarità consisteva nel trovarsi in stagione invernale, per cui potevano fare attività diverse da quelle standard classiche del periodo estivo. Il progetto si componeva di un primo giorno di "acclimatamento" passeggiando per malghe e rifugi, di un secondo giorno, quello più accattivante, partecipando ad una ciaspolata natalizia esclusiva fortemente sentita dai nativi ed infine l'ultimo giorno osservazione degli stambecchi della Marmolada ad impatto zero, camuffandosi da cespugli di vischio. Il venerdì quindi esordirono muniti di scarponi Nabjjiajjiajji e zaino Quequeoqua alla scoperta di fattorie tipiche e rifugi alpini.Il freddo era pungente. Le figlie, in considerazione soprattutto della giovane età, erano completamente a loro agio, risultando quasi immuni ai morsi del gelo. Loro invece, che non erano assolutamente abituati all'ambiente strong montano, avendo sempre preferito pinete ed atolli, onde evitare una ipotermia certa, per scaldarsi si dettero a bere grappe ed altri distillati di consistente gradazione alcolica. La conseguente ed inevitabile sbornia fu galattica.Vennero ritrovati nell'imbarazzo generale abbracciati ad un abete secolare mentre inveivano pesantemente contro lo sci di fondo e la discesa libera di Kitzbuhel. Il giorno successivo, superando una renitenza profonda ed un'emicrania da comunità di San Patrignano, partirono per la ciaspolata, seppur con morale e decoro sotto i dopo-sci. Calzarono le tipiche racchette ed immediatamente caddero di muso sopra ad un calesse austro-ungarico, lasciato all'entrata del paese quale monito per le future generazioni per ricordare l'aberrazione di tutte le guerre. Timidamente si unirono, carichi di vergogna, alla coda della processione cercando dare meno nell'occhio possibile. La temperatura era glaciale, ampiamente sotto gli zero gradi ed in più la notte precedente era nevicato copiosamente. Come in ogni processione che si rispetti il patimento fisico è obbligatorio e quindi iniziarono a salire per un sentiero con pendenza del 40% non di meno. Trascorsa circa un'ora di cammino serrato sempre di scalata, arrivarono a bordo di un piccolo boschetto, delizioso e dall'aspetto natalizio. Si fermarono per riprendere fiato defilandosi dal gruppo, che invece continuava a procedere spedito. Il luogo sembrava un quadretto della Thun. Per la prima volta riuscirono a godersi il momento e si rallegrarono di aver accettato quell'invito. All'improvviso sentirono sfrascare. Poteva essere una marmotta, una poiana del diaccio o un gatto delle nevi. La tensione divenne papabile. Tutti si zittirono all'istante per cogliere ogni rumore. Il momento tanto atteso finalmente giunse in breve tempo. Dal piccolo sentiero che tagliava ortogonalmente il boschetto in due parti, spuntò LUI. Lui, era un uomo di mezz'età, capelli come Ivano dei Cugini di Campagna. La particolarità era l'essere completamente nudo da cima a fondo, abbigliato solo con un paio di mutande modello Cagi con patta maschile anteriore. Scalzo correva imperterrito con a terra un manto fresco di neve di trenta centimetri. Nessun segno apparente di sofferenza o di affaticamento. Il runner-ignudo gli passò accanto senza degnarli di uno sguardo. Percepirono anzi, da parte sua, un sentimento di disprezzo verso di loro che avevano il corpo così oltremodo coperto. La situazione era surreale e data la sua manifestazione improvvisa non poteva essere in alcun modo immortalata. Quando fu al loro pari, il babbo avrebbe voluto fermarlo, ma preferì non agire per non arrecare fastidio o farlo sentire osservato. Decise comunque di manifestargli il suo apprezzamento dicendogli semplicemente: "complimenti". L'altro senza nemmeno alzare lo sguardo gli rispose quasi stizzito:"è solo concentrazione" e continuò a correre imperterrito. Da quel giorno la sua vita cambiò. Rapinò con successo sedici furgoni portavalori, sequestrò due industriali del Brenta ricavandone un cospicuo bottino, partecipò in qualità di protagonista maschile a tre film pornografici particolarmente spinti e posteggiò la sua auto per tre mesi filati in un posto riservato alla guardia di finanza senza prendere neppure una multa. Di lui si persero le tracce su di un volo per l'arcipelago di Los Roques in Venezuela e si dice che oggi guarisca i dolori del nervo sciatico degli indios nella foresta amazzonica senza l'uso di alcun unguento.
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