venerdì 27 marzo 2026
Il drone dell’amore
Ogni mattina degli ultimi cinque anni, dalla finestra del suo ufficio, Disavvezzo la vedeva attendere l’autobus seduta, con le gambe accavallate e le braccia conserte, sulla panchina della fermata a richiesta. La sua stanza di lavoro da dove la osservava lo rispecchiava in pieno. Era sciatta ed angusta, con le pareti tristemente disadorne, di colore bianco divenuto giallastro dall’ultima rifrescata di cui si erano completamente perse le memorie. La scrivania era di una precisione disarmante. Ogni oggetto stava nello stesso posto dall’era mesozoica ed infatti, perché nessuno osasse modificarne la disposizione, lui stesso aveva delimitato il perimetro di ogni oggetto appoggiato, con del nastro adesivo da carrozziere. L’addetto alle pulizie ogni sera, quando rassettava l’ufficio, era ossessionato da quel tavolo e dalle nefaste conseguenze di una accidentale modifica. Sua madre lo aveva chiamato Disavvezzo proprio come il nonno paterno, anche se fino all’ultimo era stata indecisa con un altro nome, Sorpassato, famoso motociclista del ventennio fascista tragicamente scomparso in gara, idolo assoluto di suo marito Caballero. Ogni dodici minuti cronometrati Disavvezzo si alzava dalla sua sedia in radica e beveva tre sorsi appena accennati di acqua Fiuggi in bottiglia. Finito di deglutire, estraeva dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto di stoffa appallottolato, si soffiava il naso due volte e poi si sciacquava i denti usando del colluttorio pretto alla stevia di fossa, che teneva nella tasca interna sinistra della giacca tre bottoni. A mezzogiorno in punto si alzava dalla sedia facendo perno sul piede destro e poi, ansimando, si recava in sala mensa per la pausa pranzo. Nel periodo estivo ( 1 Aprile/31 Ottobre) consumava ogni giorno un piatto di panzanella con abbondanti cipollotti freschi, mentre nel periodo invernale (1 novembre/31 marzo) preferiva gustare, sempre ogni giorno, una zuppa di farro della Garfagnana sciapa. Questi piatti gli venivano preparati espressi tutte le mattine dalla madre Devota di 106 anni suonati, ancora in forma smagliante. Finito di pranzare sorseggiava lentamente un Orzo Bimbo senza zucchero e compiva 682 giri della scrivania per digerire, facendo una tacca nel muro ogni tornata per non perdere il conto. Tornava poi a lavorare fino alle 17.00 e rincasava subito. L’unico sgarro giornaliero a questa ferrea routine, era la vista onirica di lei in attesa dell’autobus proprio sotto le sue finestre dell’ufficio. Questa devianza gli creava un profondo turbamento, dovuto, sia alla modifica delle abitudini consolidate, ma, soprattutto dovuto al sentimento di attrazione verso un'altra persona a lui totalmente sconosciuto in 63 anni di vita. Più il tempo trascorreva e più questo richiamo diveniva forte. Spesso infatti gli capitava di spiacciacare il viso contro il vetro della finestra, generando l’ilarità degli automobilisti che passavano sotto ed era frequente che essi suonassero il clacson ironicamente al suo indirizzo. Giocoforza questa attrazione si trasformò a lungo andare in ossessione, a tal punto che pensava a quella donna anche fuori dall’orario di lavoro, ma pure la domenica ed addirittura nelle festività rosse nel calendario. Di lei però non sapeva assolutamente nulla: il nome, la professione, lo stato civile, il casellario giudiziario, la cartella sanitaria ecc., tutto completamente sconosciuto. La sua pantagruelica timidezza però non gli permetteva neppure di passargli accanto con indifferenza. Pensò che l’unico modo plausibile per avvicinarla fosse tramite l’uso di un drone radiocomandato. Acquistò l’articolo su Amazon Prime per velocizzare la consegna ed iniziò subito a frequentare un corso al dopolavoro ferroviario per imparare a pilotarlo. Riuscì in breve tempo a destreggiarsi abbastanza bene. A questo punto, per poter interloquire con l’amata, munì il drone di un microfono satellitare che gli permettesse con esso sia di parlare sia di ascoltare. Quando fu assolutamente sicuro delle sue abilità decise di agire. Passata una settimana buona a convincersi, una fresca mattina di febbraio mise in moto la sua macchina dell’amore, dipinta di propria mano di color fucsia e profumata con deodorante per ambienti alla barbabietola rossa. Appena la vide sedersi sulla panchina, fece decollare il drone e lo diresse con discrezione verso di lei, che era chiaramente totalmente ignara degli accadimenti. Quando il mezzo fu sopra ad essa lo fece scendere in verticale. Doveva iniziare a parlarle subito altrimenti lei si sarebbe spaventata a morte e questo non doveva accadere. Proprio mentre stava per iniziare a leggerle il discorso strappalacrime di 52 fogli protocollo in fronteretro, la cui redazione lo aveva impegnato per circa un mese, un bambino-maranza munito di racchettone elettrico per lo sterminio degli insetti, vedendo il drone ad altezza giusta non esitò a colpirlo con uno smash perfetto, degno del noto campione statunitense Vitas Gerulaitis, disintegrandolo un oltre mille frammenti. Intanto era arrivato l’autobus. La donna, che non si era accorta di nulla, vi salì come ogni giorno. Disavvezzo in preda ad una crisi di nervi, senza pensarci due volte, si gettò dalla finestra del suo ufficio al terzo piano nell’intento di afferrare il ragazzo per strozzarlo con le proprie mani. Cadde rovinosamente a terra, a non meno di tre metri lineari dal giovane e morì di infarto per il dispiacere solo pochi attimi dopo il violento urto. Rimase riverso a terra nell’indifferenza generale dei passanti per alcune ore, fino a che alcuni turisti giapponesi, facenti parte di un nutrito gruppo mordi e fuggi, dopo averlo fotografato da ogni angolazione, lo adagiarono supino sopra la panchina dove si sedeva sempre la sua amata. Il giorno seguente il corriere cittadino titolò:” barbone trovato morto riverso su di una panchina a causa del freddo artico provocato dalla perturbazione n.17 del mese di Febbraio”.
lunedì 9 marzo 2026
Gli spettri del reduce
Fin da piccolo aveva sempre voluto fare lo Ezbollà (scritto in senese). Vista la sua tenera età, non esisteva chiaramente una ragione razionale che potesse giustificare tale passione. Il motivo vero era semplicemente che quel buffo nome gli ispirava simpatia. Troppo piccolo per interessarsi a guerre, razze o religioni, sentiva menzionare spesso questo appellativo, soprattutto la sera a cena quando, assieme ai genitori, vedeva distrattamente il telegiornale delle 20.00. Spesso poi si creava un connubio con un altro nome che anch’esso gli destava attrazione, quello della città di Beirut. Questi fantomatici Ezbollà se li immaginava altissimi, con dei turbanti enormi in testa color fucsia, profumati di karkadé e con mani e polsi ornati di braccialetti ed anelli babilonesi. Crescendo, seppur sempre più immerso nelle libagioni adolescenziali, continuava saltuariamente a sentirli nominare sempre al notiziario della sera. Proseguiva ancora però a non capire chi fossero, che sembianze potessero avere le loro facce e soprattutto quale fosse il loro scopo reale oltre a quello di farsi bombardare. Si fece tutta la trafila da giovane ragazzo: sigarette, alcool, qualche spinello, nottate brave, tortellini panna e prosciutto o bomboloni caldi all’alba, un paio di incidenti automobilistici, per fortuna non gravi, dovuti alla sonnolenza, tre o quattro pillole del giorno dopo rimediate per la compagna occasionale, onde evitare genesi di parenti troppo stretti. Arrivò quindi alle soglie della maggiore età senza praticamente avere conosciuto nessuna delle numerosissime brutture del mondo. Poi un giorno mentre stava pranzando accanto alla madre sempre più anziana e piccola di statura, una notizia marginale del telegiornale, l’ultima per la precisione, gli riportò ancora alla ribalta quel buffo nome che non sentiva da tempo, Ezbollà. La menzione riguardava, manco a dirlo, l’ennesimo bombardamento. Come era possibile? Ma questa gente era ancora viva nonostante le gragnole di ordigni a loro indirizzati nei decenni. Per avere delle informazioni più dettagliate a tal riguardo, decise di telefonare ai vigili urbani della sua città. Ricevette da essi una risposta negativa, in quanto non risultava stranamente nessuna multa legata a quel nome. Gli fu consigliato di provare all’ufficio anagrafe ed in ultima istanza al Gabibbo di Striscia la Notizia. Decise che era meglio e più veloce provvedere personalmente. Si recò in biblioteca nazionale e prese in prestito dei libri su cui studiare. Appena uscito dalla struttura, visto il tipo di saggi ritirati, venne subito attenzionato dalle autorità di vigilanza; gli appiopparono alle calcagna un drone in miniatura a forma di libellula che lo seguiva in ogni dove. Lui intanto ancora nel pieno della gioventù continuava a straviziare anche pesantemente ed ogni giorno. Negli scampoli di lucidità quindi cercava di leggere e di capire, ma non era assolutamente facile conciliare queste due attività diametralmente opposte. Quando finalmente riuscì ad avere un quadro abbastanza dettagliato della situazione, decise che voleva fare lo Ezbollà, in maniera però sobria, fondamentalmente per ridere con gli amici. Costruì artigianalmente un rudimentale bazooka-giocattolo ed una mitragliatrice automatica a salve, ricevuta come premio per la raccolta punti della carne in scatola Simmenthal. Ogni mattina, di buonora apriva la portafinestra del soggiorno, poi usciva in balcone, piazzava le armi gingillo in vista ed iniziava a far finta di combattere, simulando i sibili dei proiettili con maestria di ventriloquo. Un malaugurato giorno di metà maggio, questa sceneggiata quotidiana fu notata da un reduce americano del corpo dei marines di passaggio sotto la sua abitazione, che aveva combattuto nel golfo persico ed in Afghanistan. L’uomo girava sempre armato fino ai denti perché vedeva nemici in ogni dove e nessuno aveva mai avuto il coraggio di dirgli che era uno psicopatico di battaglia al solleone. Quando l’ex soldato lo vide sdraiato in terrazza giocare alla guerra, non esitò ad aprire il fuoco con la sua pistola a dodici caricatori simultanei. Per il ragazzo purtroppo non ci fu scampo. Appena giunse sul luogo “l’unità scelta dei paracadutisti assalitori senza timore”, allertati telefonicamente dai testimoni dell’accaduto, terrorizzati dalla quantità di colpi esplosi in pochissimi secondi, il reduce dichiarò immediatamente di aver agito per legittima difesa. Ne nacque subito una diatriba internazionale di stato. Dopo alcuni giorni, a seguito di una fitta trama di trattative politiche, l’uomo venne rimpatriato senza subire alcun processo giudiziario, attraverso il ricatto da parte della governance a stelle e strisce, dell’attuazione di un rialzo smisurato dei dazi doganali sulle sottilette di formaggio cheddar e sulle intramontabili caramelle al rabarbaro.
martedì 17 febbraio 2026
C'era un armeno, una marmotta, uno svedese ed un maltese in villeggiatura. La storia degli ultimi anni scritta da Sesto Caio Samprospero
Come da predizione ultraterrena di Corallina, indimenticata maga dell’onda, il Marmotta Bianco, senza neppure passare dal via come nel Monopoli, porta inesorabilmente alla bancarotta il club compresi i cotillon. Viene allora creata una società calcistica parallela nella ridente cittadina toscana per evitarne la sparizione indecorosa dal mondo del calcio. L’azienda di proprietà del muflone dalla criniera trattata scrupolosamente con piastra lisciante e keratina, scompare chiaramente dentro la cloaca senza fine dei faccendieri impuniti, previo svuotamento di tutti gli averi. L'altra invece, viene acquisita da un trading-influencer, con le scarpe a punta e la propensione per le media-cazzole. A seguito di questo sdoppiamento, il campo da gioco dove dagli anni ’30 dello scorso secolo vengono disputate le partite casalinghe, a causa di una diatriba legale senza senno, diviene inservibile a chiunque e chiuso con tre giri di catena anti-taglio. La squadra calciante, in una situazione che non risulta descrivibile, ma neppure credibile, deve emigrare, in locazione, per allenarsi e disputare i match interni, in un campo sportivo situato ad una decina di chilometri fuori dal Comune. La compagine comunque, nonostante le enormi difficoltà burocratiche e non sportive, riesce agevolmente a vincere il campionato senza grosse problematiche. La partita forse più emblematica è quella disputata contro una squadra di un luogo che ha sempre rappresentato la fermata dell'autobus urbano n.5. Verso la metà del campionato vittorioso, una cordata di investitori svedesi, circa un centinaio per la precisione, tutti residenti in un fiordo a forma di triangolo scaleno, avanzano un'offerta concreta per acquisire la maggioranza delle quote della società. Nessuno, probabilmente nemmeno loro, conosce le motivazioni reali di questa mossa. Il resto è storia che si sta ancora scrivendo ed è quindi troppo presto per raccontarla anche ironicamente. Però ad un certo punto succede un qualcosa degno di nota. Senza le consuete anticipazioni o fughe di notizie, un maltese, forse un esule in barca a vela o un cavaliere ancora a guardia "dello nero perglio che vien dal mare", avanza un offerta al centurione nordico per acquisire la società. Non si sa se il malloppo messo sul piatto sia costituito da soldi veri, lingotti d'oro della prima repubblica venduti all'asta fallimentare della Tognazza o criptovalute delle isole Bermuda, ma la proposta viene categoricamente respinta dai biondi proprietari. Da qui siamo nel presente e la storia per il momento finisce.
martedì 3 febbraio 2026
C'era un armeno, una marmotta, uno svedese ed un maltese in villeggiatura. La storia degli ultimi anni scritta da Sesto Caio Samprospero
capitolo 2 "il marmotta"
Il successore di Levon Le Castagnenko fu lui "il marmotta". Sua madre ', un boiler di Alberobello, era una fanatica del parto casalingo dolce in acqua sapida. A tal proposito, alcune settimane prima del lieto evento, si organizzò acquistando, sulla piattaforma subito.it, una cassaforma usata servita alla costruzione del grattacielo Pirelli di Milano, per ottemperare alla funzione di vasca di sgravamento. Il figlio venne al mondo senza emettere alcun vagito, ma con la mascella contratta a causa di notevoli fortori intestinali. Il suo appetito era atavico, primitivo. Per poter esaudire l'enorme quantità di latte che il bimbone richiedeva fin dai primi giorni di vita, la madre, disperata, affittò il seno di quattro nutrici, con la settima misura di reggiseno, coppa C. Per essere sempre pronte ad esaudire le richieste, da contratto erano obbligate ad ingurgitare ogni giorno quindici litri di birra Prinz Brau ed altrettanti litri di latte intero di Malga Ciapela sulla Marmolada. Dopo il primo mese, il neonatone venne bonariamente ribatezzato "il marmotta". Questo perché presentava già una capigliatura folta e liscia, che la donna con amore pettinava per ore. La chioma raccolta in una coda, assomigliava assai al famoso cappello iconico indossato da David Crockett e da qui il soprannome. Lo svezzamento venne giocoforza anticipato di molti mesi. Iniziò subito a mangiare omogenizzati maxxi di angus. conditi con vinagrette e spezie aromatiche del marocco. "Il marmotta" cresceva robusto e sano a discapito però delle finanze familiari che venivano completamente assorbite per far fronte alla sua alimentazione spropositata. La situazione in breve tempo precipitò ed il nucleo familiare si trovò in condizione di completa indigenza economica. Le autorità sociali, provvidero allora a togliere la tutela del povero ragazzo ai genitori. "Il marmotta" fu spedito presso una missione cristiana in Senegal, per tentare si smorzarne l'appetito vichingo. Oramai adolescente, con la taglia 64 europea di pantaloni, il giovane non resistette neppure 48 ore agli stenti imposti dal centro evangelico africano. Fuggì rocambolescamente in una notte di luna calante, cavalcando un ippopotamo baio solitario, scacciato dai suoi simili perché ricoperto di peluria. Tra i due nacque un sodalizio, quasi una simbiosi, mai riscontrato prima in natura. Vissero per alcuni mesi sulle rive di una pozza perenne nei pressi di Dakar. Il luogo però era troppo trafficato da invasati motorizzati ed allora i due si trasferirono dentro una casbah abbandonata, situata nel bel mezzo di un deserto patrimonio Unesco. In quel luogo silenzioso capì che quella vita da tarzan non era più adatta alla sua mole antonelliana, che intanto aveva continuato ad accrescersi inesorabilmente. Con la morte nel cuore decise che doveva tornare a casa e fuggì vigliaccamente, mentre l'amico stava abbeverandosi. Il povero ippopotamo, rimasto solo senza alcun preavviso, cadde in una depressione profonda e si lasciò andare completamente, morendo di inedia in pochi giorni. "il marmotta" invece, tornato a casa, abituato a campare di espedienti, in breve tempo si laureò per corrispondenza presso un'università fantasma della Polinesia Francofona come ingegnere civile. Il passo successivo fu il creare un'impresa di costruzioni specializzata nella realizzazione di edifici antisismici per non vedenti. L'inventiva non gli mancava ed infatti fu il primo in Italia. Peccato che l'attività fu completamente incentrata sulla truffa, dato che gli acquirenti, ciechi certificati dallo stato, non potevano controllare le costruzioni acquistate, realizzate con materiali scadenti e tutt'altro che antisismiche. Nella sua rete caddero anche i famosi cantanti Bocelli e Stewe Wonder. Con i proventi realizzati da questa speculazione malavitosa, "il marmotta" si gettò a capofitto nel business del calcio, dove il pantano era all'ordine del giorno. Comprava squadre, le usava per suoi loschi affari, le svuotava di ogni avere e poi falliva impunemente senza risarcire niente e nessuno. Finita una missione, se così si può dire , ne iniziava un'alta analoga. All'interno di questo mondo laido, conobbe appunto il presidente Levon Le Castagnenko, che senza pensarci neppure due minuti, gli vendette il team della ridente cittadina toscana di sua proprietà. L'incontro tra i due imprenditori sovrappeso avvenne, in gran segreto, presso una fiaschetteria dei Colli Albani. "Il marmotta" acquistò la squadra a chiacchiere, come era solito fare, senza proferire alcuna moneta fisica. La sua gestione va annoverata come la peggiore di ogni tempo. Il fallimento non si fece attendere e la squadra dovette ricominciare, a causa di esso, dal gradino più basso toccato nella sua storia. Del "marmotta" da allora si sono avute solo notizie frammentate. Attualmente sembra sia dietro le quinte del programma di dimagrimento "Mo te magn'..." e sembra essersi pure candidato come concorrente alla prossima edizione dell'isola degli schifosi.
sabato 31 gennaio 2026
C'era un armeno, una marmotta, uno svedese ed un maltese in villeggiatura. La storia degli ultimi anni scritta da Sesto Caio Samprospero
Capitolo 1
Il periodo Armeno
"In una landa scansolata, allo freddo birbone che l'ossa e le braghe ti consuma" come avrebbe detto il buon Brancaleone da Norcia, un marcantonio armeno meditava assorto, spalmato sopra un tricheco in fin di vita. Levon Le Castegnenko, questo il suo nome, solo e determinato rifletteva assorto senza minimamente curarsi della tormenta che lo stava letteralmente flagellando. La sua idea si era trasformata da un futile capriccio giovanile ad una vera e propria ossessione: acquistare una squadra italiana di football dilettantistico e portarla in massima serie, con una scalata leggendaria. Intanto, il povero tricheco oppresso dal peso spropositato dell'uomo e dagli acciacchi dell'età, spirò tristemente emettendo un latrato che avrebbe fatto impietosire perfino Greg Bovino. Levon invece, completamente preso dai suoi pensieri, non ci fece neppure caso. Sentì solo una forte sensazione di freddo sulle natiche ed una folata di vento robusta che lo colpì come un pugno nello zigomo sinistro. La neve intanto continuava a scendere copiosa tanto da ammantarlo quasi interamente. Il suono odioso di una notifica proveniente dal suo tablet ollare lo destò bruscamente dai profondi pensieri che lo sormontavano. Si trattava di una email del suo amico e socio in affari Astutan Fainajm. Gli aveva scritto per comunicargli che l'occasione da loro tanto attesa si era finalmente presentata. Una squadra di calcio toscana, di una città d'arte molto rinomata, dopo un periodo di fasti e prestigio, era infatti precipitata, causa pluri-gestioni dissennate, nei bassifondi sportivi approdando ingloriosamente alla prima serie dilettantistica. Tutti coloro che l'avevano vigliaccamente depredata ed affondata erano miseramente spariti ed ora il team veleggiava senza meta nelle sabbie mobili di campionati calcati da luoghi senza la targa. Questa rappresentava, senza ombra di dubbio, l'opportunità da loro tanto agognata. Levon ebbe come un brivido di piacere che lo fece sussultare, scrollandogli di dosso tutta la neve accumulata sui vestiti nella giornata. Tumulò il tricheco con tutti gli onori visto che gli aveva portato fortuna e poi si incamminò verso la sua abitazione. Questa in effetti era una più una tenda, composta da un telaio fatto con un esoscheletro di capodoglio ricoperto da shearlings di renna appositamente conciati da artigiani berberi nomadi. Arrivato alla sua dimora, per prima cosa si preparò una tisana bollente con del vischio igp e borraccina rasa docg e, solo dopo essersi rilassato, rispose al messaggio del socio. Gli disse che a stretto giro di ore gli avrebbe comunicato l'importo da offrire al soggetto venditore. Dopo una sauna rigenerante, si diresse verso una vicina miniera di carbone abbandonata, dove, a circa ad un centinaio di metri di profondità, nascondeva i suoi averi contanti. Fatta una rapida conta imbustò i soldi all'interno di frigorifero portatile blindato e risalì in superficie, vestendo i panni di un gitante domenicale della brina pronto per un succulento pic-nic, onde confondere eventuali malintenzionati. Incaricò il Banco dei Mongoli di Ulaanbaatar di compiere legalmente la trattativa ed attese gli esiti dell'operazione all'interno di un gatto delle nevi 4x4 di sua proprietà, con il riscaldamento acceso. Dopo alcuni minuti la compravendita si era già conclusa e lui era il nuovo patron della squadra. Prese una busta della spesa del supermercato Addiaccionyan, vi infilò qualche indumento intimo ed un paio di ciabatte e partì immediatamente alla volta della città toscana. Appena arrivato fece stilare immediatamente l'inventario dei beni materiali ed immateriali del club, per capire la reale situazione economica. Il ritiro estivo della prima squadra stava incombendo. Decise che avrebbe portato tutti a San Pietroburgo così da evitare a mani basse la calura estiva. Approntò anche la rosa dei giocatori da solo, vista la sua pluriennale esperienza come direttore sportivo, maturata giocando ininterrottamente alla Play Station Fifa dal 1993 al 2003. Sistemato questo primo aspetto basilare si rese conto di non avere ancora un allenatore a libro paga. Spulciò la sua sterminata rubrica telefonica, ma si rese conto di non disporre di alcun elemento adatto per competenza. Si ricordò però di Piotre Bollata il quale, quando Levon giocava nei pulcini del Mostroiesky, lo aveva allenato per alcuni mesi prima di imbarcarsi in un sottomarino nucleare. L'uomo era tartassato da una sinusite cronica dovuta all'umido armeno e quindi, pur di cambiare aria, accettò il nuovo incarico di buon grado. Al primo allenamento si rese subito conto di un problema cruciale: nessuno dei giocatori e staff tecnico parlava la sua lingua. Acquistò la sera stessa il dispositivo Dmitrij, analogo dell'europea Alexa, per la traduzione simultanea armeno-italiano, vendutogli da un lontano cugino cosacco rinomato tecnico informatico. Dotò tutti gli interessati di auricolare bluetooth per sincronizzare i dialoghi. Lui però parlava in un idioma arcaico stretto, sconosciuto alla rete internet. La trasposizione generata perciò era del tutto scollegata e la macchina spesso traduceva in un dialetto in uso solo in alcuni remoti paesi dell'Aspromonte. Levon intanto, tenendo fede al suo nome, appena possibile si levò dai coglioni con il preciso ordine di non essere mai più disturbato. Il campionato che ne seguì fu deleterio e la squadra inevitabilmente finì nell'anonimato a metà classifica. (forse continuerà.......)
venerdì 23 gennaio 2026
Il glovo nemico dei marshmellow
Youssef spingeva al massimo delle possibilità la sua tera-bici elettrica, senza mai risparmiarsi. Da circa un mese era un Glovo full-time ed il tempo in questo mestiere significava una sola parola: denaro. Valutava attentamente qualsiasi trucco che potesse essere utile a migliorare le sue performances. Per tale motivo aveva costruito lui stesso uno zaino high-tech di ultima generazione, leggerissimo, appuntito alle estremità per meglio fendere l'aria e dotato di un impianto refrigerante sulla schiena, onde ridurre la sudorazione e reperire così preziose energie altrimenti sprecate inutilmente. Questo lavoro, anche se massacrante, rappresentava, senza ombra di dubbio, il viatico verso il raggiungimento di uno stato di benessere che aveva sempre sognato ed inseguito con tenacia. Non era possibile abbattere questa sua forza interiore. Un ottimismo quasi irreale lo permeava nell'affrontare i molti problemi che quotidianamente lo attanagliavano. Il più ostico era sicuramente rappresentato dal non avere una fissa dimora. Ciò lo esponeva impietosamente agli agenti atmosferici. In secondo luogo questo influiva anche nei rapporti con i propri simili, i quali, in una misera guerra tra poveri, cercavano di trarre il maggior profitto da tutto ciò che gli capitava sotto mano e quindi anche dagli infimi averi degli altri come loro. Facevano gola anche un paio di ciabatte Addas o Spuma oppure una salvietta da bidet in poliuretano pizzichente. Youssef però sorrideva sempre per farsi coraggio e credere in un avvenire più luminoso. L'unico bene veramente di valore in suo possesso era rappresentato dalla bici, indispensabile per il suo lavoro, comprata con i risparmi di una vita che il padre gli aveva donato prima di partire verso l'ignoto. Il mezzo era dotato di una batteria alle terre rare dell'Antartide, con carica fulminea e 250 km abbondanti di autonomia senza pedalare. Vista la preziosità, la bici venne dotata di una cimice GPS del Pantanal, in modo da essere rintracciata anche offline in caso di furto, quanto mai probabile. A forza di lavorare serratamente poi Youssef iniziava anche a conoscere sempre più le strade ed il tessuto urbano in genere, caratteristica essenziale per ottimizzare al massimo le consegne da effettuare. Non stava in pratica quasi mai fermo. La mattina in genere lavorava con le commissioni richieste dalle sterminate badanti del luogo. Si andava dalla spesa alimentare ai farmaci per gli ottuagenari assistiti, fino ad arrivare ai materiali per assemblare maschere del Kattakali usate la domenica nei rimpatri etnici particolarmente partecipati. Verso le 15.00 il lavoro praticamente cessava ed allora Youssef, vista anche la giovane età, si concedeva un minimo di svago con gli amici, andando a praticare lo sport preferito, il cricket in forma artigianale. Armati di una pala per lingue di pizza da autogrill e di una palla in marmo staccata furtivamente da uno stemma della famiglia Medici, i giovani si recavano in un giardino comunale, dove avevano approntato un rudimentale campo di gara. Le partite, sentitissime, duravano circa due ore, giocate con il massimo impegno di tutti i partecipanti. L'agonismo era impetuoso e poteva capitare che qualche giocatore, particolarmente focoso, venisse ucciso con del veleno messo nella borraccia per dissetarsi, oppure torturato in streaming, costretto a subire oltre che il vilipendio fisico dei presenti, anche quello morale della rete. Verso le 18.00, in concomitanza con l'arrivo dei primi ordini serali la partita finiva bruscamente. Si iniziava con le richieste da parte dei trentini e friulani trapiantati che già alle 19.00 volevano cenare. A seguire quelli del centro, poi quelli del mezzogiorno ed a ruota Assiri, Babilonesi; Egiziani, Omani, Polinesiani, Isola di Pasqua per finire con gli spagnoli, insindacabilmente mai prima delle 23.00. Youseff imperterrito consegnava le libagioni in ogni angolo della città. Spesso doveva mettere in carica la sua tera-bici anche due volte in un giorno. Macinava una quantità impressionante di chilometri dall'alba al tramonto e le giornate volavano letteralmente, senza potersi quasi rendere conto del loro passaggio. All'interno del suo zaino trasportava pizza, hamburger, tapas, crostini di milza con il vinsanto, piadine, tigelle, michette, semelli, taralli, corolli, baguettes ecc. Una montagna tibetana di carboidrati, dalle calorie incalcolabili. Si rese conto di vivere in un mondo di mucchini. La maggioranza delle donne con le ali di pipistrello sotto le braccia come la tuta alare del fu mitico Patrick de Gayardon e gli uomini con ventri spropositati e gambe finissime come dei merli sopra un motto che perlustrano il terreno. Decise che doveva fare qualcosa per salvare più persone possibili dalla gotta. In breve tempo con i soldi faticosamente guadagnati fondò una propria start-up innovativa che chiamò "Glovo-Asciutto". Le basi di questa attività all'avanguardia erano: il rifiuto della consegna di cibi calorici, ultra-processati e malsani in genere. La messa al bando di ogni tipo di salsa e condimento all'americana e la consulenza psicologica personale per i casi più estremi. Divenne milionario, ma purtroppo venne ucciso, ancora non quarantenne, da un fanatico dei marshmallow, tale Brodol One, nato nell'Illinos ed emigrato a Porto Recanati per amore.
venerdì 16 gennaio 2026
L' omicidio lisergico
Quel brutto sogno l'aveva perseguitata per tutta la notte senza neppure darle un attimo di tregua. Questo in relazione non solo alla trama ai limiti della fantascienza, ma anche al ritmo ossessivo con cui si susseguivano gli avvenimenti. Se qualcuno si immagina un tipico sogno da quadretto tropicale con dipinta acqua cristallina, coralli ipnotici, palme psichedeliche, ombrelloni di stiancia enormi e long-drink in bella mostra, si sbaglia di parecchio. La storia si svolge in un un pianoro brullo ed inospitale del Serengeti, nella peggiore stagione in cui potersi trovare in quel luogo, cioè quella più arida. Maria è la sognatrice ed essa stessa la protagonista dell'avventura assieme a Rialto, amico e datore di lavoro. I due si trovano in Tanzania per motivi di lavoro. A causa di un giorno esente da impegni, decidono di concedersi un meritato safari, per meglio ammirare la natura selvaggia che caratterizza quel posto, unico al mondo. Si affidano per questo ad un'agenzia locale rinomata per l'organizzazione di ottimi tour a prezzi irrisori. Partono a bordo di una vetusta jeep Mehari della Citroen ( quella costruita per capirsi con le onduline radioattive), condotta da un autista-masai afflitto, come scopriranno in futuro, da sdoppiamento marcato della personalità. Percorsi alcuni chilometri nel nulla, il gruppo arriva nelle vicinanze di uno stagno perenne, unico luogo dove poter trovare dell'acqua nel raggio di molte miglia. Nel suo perimetro stanzia, giocoforza, una moltitudine di animali intenti ad abbeverarsi, quali gnu, zebre, gazzelle, orici, elefanti, babbuini, facoceri, bufali e giraffe. Naturalmente, vista l'abbondanza di papabili prede, nelle vicinanze ad essi gravitano minacciosi altrettanti predatori quali leoni, iene, licaoni, dinghi, ghepardi, sciacalli e tigri, tutti in attesa del momento propizio in cui sferrare l'attacco letale necessario a placare la propria fame. L'atmosfera risulta quindi incandescente e non solo in relazione alla calura insopportabile di metà giornata. Il carico, a questa situazione esplosiva, è costituito inoltre dalla confusione esagerata generata da milioni di versi isterici prodotti dai predatori eccitati dalla frenesia alimentare. In questo preciso momento di massimo caos, squilla il telefono di legno dell'autista-masai. All'altro capo della cornetta si trova la madre, che è palesemente fuori controllo psichico. Il conducente dopo una ventina di minuti di urla incomprensibili, prima si denuda completamente, comprese le mutande di tartaruga, in preda ad una crisi atopica di prurito e poi costringe Maria e Rialto a scendere dal fuoristrada. Appena i due mettono i piedi a terra, lui innesta la prima marcia e se ne parte a tutta velocità scomparendo in breve dalla vista. Rimasti improvvisamente ed inaspettatamente soli ed indifesi in mezzo a questo manicomio di bestie variegate, rimangono inevitabilmente pietrificati dalla paura. Di comune accordo, mediante uno sguardo d'intesa, decidono di fare gli indifferenti cercando più possibile di non dare nell'occhio onde tentare una fuga per allontanarsi dal pericolo. Il problema più grande è rappresentato dall'ambiente circostante brullo e senza alcun nascondiglio naturale in cui mimetizzarsi.. Non avendo però alcuna alternativa plausibile, concordano di tentare senza tentennamenti. Iniziano così ad indietreggiare facendo finta di disquisire del più e del meno. Percorsi almeno un centinaio di metri abbondanti, si rendono conto che nessuno sembra occuparsi di loro. Una sorta di ottimismo, insperato solo pochi attimi prima, si impadronisce delle loro persone. Forse come reazione al grandissimo spavento provato, iniziano purtroppo a ridere smodatamente ed in maniera fragorosa. L'eco di questa ilarità, diciamo fuori luogo, giunge, complice una brezza favorevole, allo stagno. Una tigre in particolare, dotata probabilmente di udito spiccato, si mette in piedi su due zampe ed inizia ad osservare con insistenza i due che ancora continuano a sbellicarsi dalle risate ignari. Il felino, dopo alcuni secondi di vedetta comincia a dirigersi verso di loro con passo felpato. Maria la scorge e si paralizza immediatamente per la paura. Rialto allora, cavallerescamente, la prende in collo con l'intento di non lasciarla in pasto all'animale. La tigre però si avvicina sempre più e la donna fortunatamente si ridesta, chiedendo di essere messa a terra per tentare una fuga più agevole per entrambi. In quell'immenso piattume che li circonda, all'improvviso scorgono una piccola tenda ad igloo realizzata con pelli essiccate di zebù e piume di starna essenziali per mantenerne fresco l'interno. Rialto in questo momento, folgorato come Jake nel film dei Blues Brothers, le dice di accelerare il passo più possibile, perché una volta entrati dentro ad essa si sarebbero sicuramente salvati. Riescono con le ultime forze rimaste ad attuare il loro intento. Si siedono a terra. Maria attende di essere sbranata e non proferisce parola, mentre Rialto cerca di consolarla, ripetendole di pensare ad altro perché il pericolo oramai è definitivamente cessato. "Possibile non si renda conto che la tenda non è di cemento armato?" pensa Maria e lucidamnente realizza di essere in mano, purtroppo per lei, ad un caso umano. Sente esondare l'odio verso quell'uomo, dimenticandosi completamente addirittura del felino affamato. A questo punto a causa dei nervi a fior di pelle, Maria si sveglia di soprassalto sudata fradicia e con gli occhi fuori dalle orbite. La mattina stessa telefona a Rialto, chiaramente all'oscuro del suo sogno, decisa a tendergli un'imboscata onde sopprimerlo per sempre. Lo attira in un canyon altissimo con la scusa di dover girare un documentario sulla loro esperienza in Tanzania . Una volta arrivati nei pressi del precipizio, Maria, senza porsi alcun scrupolo, spinge a due mani l'uomo dentro ad un crepaccio profondo centinaia di metri e fugge leggiadra senza essere vista da nessuno. I resti di Rialto non saranno mai più ritrovati, nonostante gli amici, tramite gruppi WhatsApp e fiaccolate silenziose ne abbiano insistentemente chiesto la verità alle autorità competenti, che invece hanno archiviato il caso dopo ventiquattro anni di inutili indagini
Iscriviti a:
Commenti (Atom)