venerdì 16 gennaio 2026

L' omicidio lisergico

Quel brutto sogno l'aveva perseguitata per tutta la notte senza neppure darle un attimo di tregua. Questo in relazione non solo alla trama ai limiti della fantascienza, ma anche al ritmo ossessivo con cui si susseguivano gli avvenimenti. Se qualcuno si immagina un tipico sogno da quadretto tropicale con dipinta acqua cristallina, coralli ipnotici, palme psichedeliche, ombrelloni di stiancia enormi e long-drink in bella mostra, si sbaglia di parecchio. La storia si svolge in un un pianoro brullo ed inospitale del Serengeti, nella peggiore stagione in cui potersi trovare in quel luogo, cioè quella più arida. Maria è la sognatrice ed essa stessa la protagonista dell'avventura assieme a Rialto, amico e datore di lavoro. I due si trovano in Tanzania per motivi di lavoro. A causa di un giorno esente da impegni, decidono di concedersi un meritato safari, per meglio ammirare la natura selvaggia che caratterizza quel posto, unico al mondo. Si affidano per questo ad un'agenzia locale rinomata per l'organizzazione di ottimi tour a prezzi irrisori. Partono a bordo di una vetusta jeep Mehari della Citroen ( quella costruita per capirsi con le onduline radioattive), condotta da un autista-masai afflitto, come scopriranno in futuro, da sdoppiamento marcato della personalità. Percorsi alcuni chilometri nel nulla, il gruppo arriva nelle vicinanze di uno stagno perenne, unico luogo dove poter trovare dell'acqua nel raggio di molte miglia. Nel suo perimetro stanzia, giocoforza, una moltitudine di animali intenti ad abbeverarsi, quali gnu, zebre, gazzelle, orici, elefanti, babbuini, facoceri, bufali e giraffe. Naturalmente, vista l'abbondanza di papabili prede, nelle vicinanze ad essi gravitano minacciosi altrettanti predatori quali leoni, iene, licaoni, dinghi, ghepardi, sciacalli e tigri, tutti in attesa del momento propizio in cui sferrare l'attacco letale necessario a placare la propria fame. L'atmosfera risulta quindi incandescente e non solo in relazione alla calura insopportabile di metà giornata. Il carico, a questa situazione esplosiva, è costituito inoltre dalla confusione esagerata generata da milioni di versi isterici prodotti dai predatori eccitati dalla frenesia alimentare. In questo preciso momento di massimo caos, squilla il telefono di legno dell'autista-masai. All'altro capo della cornetta si trova la madre, che è palesemente fuori controllo psichico. Il conducente dopo una ventina di minuti di urla incomprensibili, prima si denuda completamente, comprese le mutande di tartaruga, in preda ad una crisi atopica di prurito e poi costringe Maria e Rialto a scendere dal fuoristrada. Appena i due mettono i piedi a terra, lui innesta la prima marcia e se ne parte a tutta velocità scomparendo in breve dalla vista. Rimasti improvvisamente ed inaspettatamente soli ed indifesi in mezzo a questo manicomio di bestie variegate, rimangono inevitabilmente pietrificati dalla paura. Di comune accordo, mediante uno sguardo d'intesa, decidono di fare gli indifferenti cercando più possibile di non dare nell'occhio onde tentare una fuga per allontanarsi dal pericolo. Il problema più grande è rappresentato dall'ambiente circostante brullo e senza alcun nascondiglio naturale in cui mimetizzarsi.. Non avendo però alcuna alternativa plausibile, concordano di tentare senza tentennamenti. Iniziano così ad indietreggiare facendo finta di disquisire del più e del meno. Percorsi almeno un centinaio di metri abbondanti, si rendono conto che nessuno sembra occuparsi di loro. Una sorta di ottimismo, insperato solo pochi attimi prima, si impadronisce delle loro persone. Forse come reazione al grandissimo spavento provato, iniziano purtroppo a ridere smodatamente ed in maniera fragorosa. L'eco di questa ilarità, diciamo fuori luogo, giunge, complice una brezza favorevole, allo stagno. Una tigre in particolare, dotata probabilmente di udito spiccato, si mette in piedi su due zampe ed inizia ad osservare con insistenza i due che ancora continuano a sbellicarsi dalle risate ignari. Il felino, dopo alcuni secondi di vedetta comincia a dirigersi verso di loro con passo felpato. Maria la scorge e si paralizza immediatamente per la paura. Rialto allora, cavallerescamente, la prende in collo con l'intento di non lasciarla in pasto all'animale. La tigre però si avvicina sempre più e la donna fortunatamente si ridesta, chiedendo di essere messa a terra per tentare una fuga più agevole per entrambi. In quell'immenso piattume che li circonda, all'improvviso scorgono una piccola tenda ad igloo realizzata con pelli essiccate di zebù e piume di starna essenziali per mantenerne fresco l'interno. Rialto in questo momento, folgorato come Jake nel film dei Blues Brothers, le dice di accelerare il passo più possibile, perché una volta entrati dentro ad essa si sarebbero sicuramente salvati. Riescono con le ultime forze rimaste ad attuare il loro intento. Si siedono a terra. Maria attende di essere sbranata e non proferisce parola, mentre Rialto cerca di consolarla, ripetendole di pensare ad altro perché il pericolo oramai è definitivamente cessato. "Possibile non si renda conto che la tenda non è di cemento armato?" pensa Maria e lucidamnente realizza di essere in mano, purtroppo per lei, ad un caso umano. Sente esondare l'odio verso quell'uomo, dimenticandosi completamente addirittura del felino affamato. A questo punto a causa dei nervi a fior di pelle, Maria si sveglia di soprassalto sudata fradicia e con gli occhi fuori dalle orbite. La mattina stessa telefona a Rialto, chiaramente all'oscuro del suo sogno, decisa a tendergli un'imboscata onde sopprimerlo per sempre. Lo attira in un canyon altissimo con la scusa di dover girare un documentario sulla loro esperienza in Tanzania . Una volta arrivati nei pressi del precipizio, Maria, senza porsi alcun scrupolo, spinge a due mani l'uomo dentro ad un crepaccio profondo centinaia di metri e fugge leggiadra senza essere vista da nessuno. I resti di Rialto non saranno mai più ritrovati, nonostante gli amici, tramite gruppi WhatsApp e fiaccolate silenziose ne abbiano insistentemente chiesto la verità alle autorità competenti, che invece hanno archiviato il caso dopo ventiquattro anni di inutili indagini

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