venerdì 23 gennaio 2026
Il glovo nemico dei marshmellow
Youssef spingeva al massimo delle possibilità la sua tera-bici elettrica, senza mai risparmiarsi. Da circa un mese era un Glovo full-time ed il tempo in questo mestiere significava una sola parola: denaro. Valutava attentamente qualsiasi trucco che potesse essere utile a migliorare le sue performances. Per tale motivo aveva costruito lui stesso uno zaino high-tech di ultima generazione, leggerissimo, appuntito alle estremità per meglio fendere l'aria e dotato di un impianto refrigerante sulla schiena, onde ridurre la sudorazione e reperire così preziose energie altrimenti sprecate inutilmente. Questo lavoro, anche se massacrante, rappresentava, senza ombra di dubbio, il viatico verso il raggiungimento di uno stato di benessere che aveva sempre sognato ed inseguito con tenacia. Non era possibile abbattere questa sua forza interiore. Un ottimismo quasi irreale lo permeava nell'affrontare i molti problemi che quotidianamente lo attanagliavano. Il più ostico era sicuramente rappresentato dal non avere una fissa dimora. Ciò lo esponeva impietosamente agli agenti atmosferici. In secondo luogo questo influiva anche nei rapporti con i propri simili, i quali, in una misera guerra tra poveri, cercavano di trarre il maggior profitto da tutto ciò che gli capitava sotto mano e quindi anche dagli infimi averi degli altri come loro. Facevano gola anche un paio di ciabatte Addas o Spuma oppure una salvietta da bidet in poliuretano pizzichente. Youssef però sorrideva sempre per farsi coraggio e credere in un avvenire più luminoso. L'unico bene veramente di valore in suo possesso era rappresentato dalla bici, indispensabile per il suo lavoro, comprata con i risparmi di una vita che il padre gli aveva donato prima di partire verso l'ignoto. Il mezzo era dotato di una batteria alle terre rare dell'Antartide, con carica fulminea e 250 km abbondanti di autonomia senza pedalare. Vista la preziosità, la bici venne dotata di una cimice GPS del Pantanal, in modo da essere rintracciata anche offline in caso di furto, quanto mai probabile. A forza di lavorare serratamente poi Youssef iniziava anche a conoscere sempre più le strade ed il tessuto urbano in genere, caratteristica essenziale per ottimizzare al massimo le consegne da effettuare. Non stava in pratica quasi mai fermo. La mattina in genere lavorava con le commissioni richieste dalle sterminate badanti del luogo. Si andava dalla spesa alimentare ai farmaci per gli ottuagenari assistiti, fino ad arrivare ai materiali per assemblare maschere del Kattakali usate la domenica nei rimpatri etnici particolarmente partecipati. Verso le 15.00 il lavoro praticamente cessava ed allora Youssef, vista anche la giovane età, si concedeva un minimo di svago con gli amici, andando a praticare lo sport preferito, il cricket in forma artigianale. Armati di una pala per lingue di pizza da autogrill e di una palla in marmo staccata furtivamente da uno stemma della famiglia Medici, i giovani si recavano in un giardino comunale, dove avevano approntato un rudimentale campo di gara. Le partite, sentitissime, duravano circa due ore, giocate con il massimo impegno di tutti i partecipanti. L'agonismo era impetuoso e poteva capitare che qualche giocatore, particolarmente focoso, venisse ucciso con del veleno messo nella borraccia per dissetarsi, oppure torturato in streaming, costretto a subire oltre che il vilipendio fisico dei presenti, anche quello morale della rete. Verso le 18.00, in concomitanza con l'arrivo dei primi ordini serali la partita finiva bruscamente. Si iniziava con le richieste da parte dei trentini e friulani trapiantati che già alle 19.00 volevano cenare. A seguire quelli del centro, poi quelli del mezzogiorno ed a ruota Assiri, Babilonesi; Egiziani, Omani, Polinesiani, Isola di Pasqua per finire con gli spagnoli, insindacabilmente mai prima delle 23.00. Youseff imperterrito consegnava le libagioni in ogni angolo della città. Spesso doveva mettere in carica la sua tera-bici anche due volte in un giorno. Macinava una quantità impressionante di chilometri dall'alba al tramonto e le giornate volavano letteralmente, senza potersi quasi rendere conto del loro passaggio. All'interno del suo zaino trasportava pizza, hamburger, tapas, crostini di milza con il vinsanto, piadine, tigelle, michette, semelli, taralli, corolli, baguettes ecc. Una montagna tibetana di carboidrati, dalle calorie incalcolabili. Si rese conto di vivere in un mondo di mucchini. La maggioranza delle donne con le ali di pipistrello sotto le braccia come la tuta alare del fu mitico Patrick de Gayardon e gli uomini con ventri spropositati e gambe finissime come dei merli sopra un motto che perlustrano il terreno. Decise che doveva fare qualcosa per salvare più persone possibili dalla gotta. In breve tempo con i soldi faticosamente guadagnati fondò una propria start-up innovativa che chiamò "Glovo-Asciutto". Le basi di questa attività all'avanguardia erano: il rifiuto della consegna di cibi calorici, ultra-processati e malsani in genere. La messa al bando di ogni tipo di salsa e condimento all'americana e la consulenza psicologica personale per i casi più estremi. Divenne milionario, ma purtroppo venne ucciso, ancora non quarantenne, da un fanatico dei marshmallow, tale Brodol One, nato nell'Illinos ed emigrato a Porto Recanati per amore.
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