venerdì 31 luglio 2026
La cassa toracica in frantumi
Si promise solennemente, alla presenza ingombrante del proprio io, che non avrebbe mai più toccato una sola goccia di rosolio in vita sua. Immediatamente provò una piacevole sensazione di leggerezza, finalmente libera da quella schiavitù che l’aveva soggiogata per quasi trent’anni.
Per testare subitamente la sua forza di volontà si fiondò con entusiasmo nel primo bar incontrato lungo la via che stava percorrendo a piedi e vi entrò speranzosa e senza titubanze. Il locale fortemente desueto, era composto da due sale divise da una specie di parapetto orientale in carta di riso e canna di bambù.
Nella prima stanza si trovava il bancone barocco ed alcuni tavoli atti alla consumazione dei clienti ma momentaneamente vuoti. Nell’altro ambiente campeggiava a tutta parete un acquarello gigante, che ritraeva, con incredibile realismo, l’ex-giocatore Giancarlo Antognoni, soprannominato vigliaccamente ai tempi della carriera agonistica, “l’ebetino”, intento a vendere bibbie a delle anziane signore nel giardino di una casa di riposo nei pressi di Careggi.
Da dietro una porta in cartapesta intanto uscì il barista, uno splendido nubiano alto 1.95 metri, occhi azzurri e dentatura di madreperla perfettamente simmetrica. Rimase pietrificata a fronte di cotanta bellitudine. Il suo cervello andò immediatamente in corto circuito.
Il giovane si accorse subito della rigidità della donna. Pensò ad una probabile angina pectoris e gli cinse le mani attorno al bacino, per paura che essa cadesse rovinosamente a terra. Lei, in estasi lisergica colse l’attimo e lo abbracciò serratamente, con tutta la forza che possedeva. L’uomo, nonostante il suo fisico possente, sentì andare la cassa toracica in frantumi, a causa dell’enorme pressione a cui era sottoposta.
Intuì, con ragione, di essere in pericolo di vita e rabbrividì letteralmente. Cercò di divincolarsi in preda all’ansia ulteriormente aggravata anche dal respiro che si faceva sempre più affannoso, ma la morsa della donna glielo impediva. Sentiva le ossa crettarsi e quel rumore acuto gli faceva stridere i denti.
Con la forza della disperazione riuscì ad effettuare una torsione del torace che fece perdere l’equilibrio alla donna, sempre più spiritata. In questo modo, seppur ancora prigioniero, riuscì ad afferrare un portacenere massello di Burano che si trovava sopra ad un vicino busto in marmo raffigurante Giove intento a ripararsi dalla pioggia battente sotto ad un ombrello retrattile dilaniato dal vento.
Chiaramente il suo istinto di conservazione prevalse sulla ragione ed una volta libero, impugnò il portacenere massello e colpì per ben diciotto volte la donna nel gomito sinistro. Anestetizzata dal grande dolore, anch'essa cadde rovinosamente a terra. Il barista, senza neppure una costola intatta, si rialzò per primo dal suolo e cortesemente le chiese: “Signora desiderava qualcosa da bere?”. Lei riuscì a malapena a sollevare la testa dal pavimento e con un filo di voce gli disse; “Si, vorrei un rosolio pretto, senza ghiaccio e con una lacrima di Cynar se possibile, grazie”.
Iscriviti a:
Post (Atom)